I tempi che corrono a cavallo tra un secolo e l’altro sono spesso curiosi: è come se la Storia entrasse in affanno nel fare i conti con se stessa, prima di tararsi di nuovo e riprendere il passo lungo buono per i lustri e decenni a venire.
Accadde, così, tra la fine del Secondo Millennio e l’inizio del Terzo, che le parti in commedia risultassero un po’ rimescolate rispetto a come si era abituati a conoscerle.
I popoli padani volevano la secessione del Nord del Paese dall’Italia. Umberto Bossi, nella storica tre giorni a metà settembre 1996, proclamò l’indipendenza della Padania. Si consumò il rito dell’ampollina riempita con le acque sorgive del grande fiume e trasportate in battello fino a Chioggia.
Proprio quei popoli padani che tanto avevano faticato per fare l’Italia e per fare di Roma – di Roma sola, come amava salmodiare Camillo Cavour – la Capitale di quell’Italia unita con la guerra di conquista dei Savoia.
Dall’altra parte stavano i preti. Dall’altra parte, nel senso che dalle parrocchie fino alla Cei nella Chiesa era tutto un coro, in quegli anni di celodurismo leghista, a difesa dell’unità della Nazione.
Tutta un’altra cosa rispetto al “Non expedit”, al “Non possumus”, all’ intransigentismo del Barone Vito D’Ondes Reggio.
In quegli anni di fine Novecento lui era un ragazzo e giocava a basket. E’ nato, infatti, il 25 aprile 1983 a Borgosesia, dove ha sempre abitato con i genitori in Viale Varallo. Per dire che, talvolta, uno le date e i luoghi simbolici se li porta cuciti addosso dalla nascita. Avrebbe pochi anni dopo liberato Borgo dal Sindaco Corrado Rotti e quel Viale che porta a Varallo dice di un destino pronubo dell’incontro con Gian Luca Buonanno, prima maestro e poi mentore della sua ascesa politica.
Ma, anche lasciando da parte il gusto per l’anedottica, resta l’impressione che Paolo Tiramani non sia un personaggio banale.
Incominciamo la seconda delle nostre quattro interviste (la prima, quella di giovedì scorso, a Bruno Poy, candidato Ccd nel listino maggioritario di Mercedes Bresso) ad altrettanti concorrenti ad un posto il Consiglio Regionale, nelle elezioni di fine marzo. Due per parte: par condicio, ma anche necessità di censire il personale politico della Seconda Repubblica.
Tiramani esordisce affidandosi al suo abituale understatement.
Il testo completo dell’intervista sul numero di VercelliOggi in edicola giovedì 11 marzo 2010.